La grande stagione dell'arte veneziana
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Il Cinquecento corrispose al momento di massima fioritura dell’arte veneziana. Sebbene fossero ben noti nella città lagunare le tendenze e i nuovi canoni stilistici affermati nell’Italia centrale, gli artisti locali non abbandonarono la loro peculiare ricerca sulla luce e sul colore, nella quale si era distinto Giovanni Bellini. All’inizio del secolo si imposero nel panorama veneziano due importanti personalità: il giovane Giorgione e Tiziano Vecellio. A Giorgione è attribuito con certezza solo un numero ristretto di quadri: nella famosa Tempesta (1508 ca., Galleria dell’Accademia, Venezia), con notevole scarto rispetto alla tradizione pittorica invalsa, le figure sono collocate in secondo piano rispetto al paesaggio in cui sono immerse. La poetica di Giorgione si esprime nell’attenzione per il dato naturale, nel luminismo e nella scelta di soggetti dai significati enigmatici. Anche se è innegabile l’influsso di Giorgione sui primi lavori di Tiziano, a partire dal 1518 quest’ultimo elaborò uno stile nuovo e monumentale di cui è eloquente testimonianza la pala con l’Assunta (Santa Maria Gloriosa dei Frari, Venezia). In seguito Tiziano eseguì una lunga serie di pale d’altare, dipinti mitologici e ritratti su commissione dei grandi mecenati del tempo, quali il papa Paolo III e l’imperatore Carlo V. |
Nell’ultima fase della sua carriera la sua pennellata divenne sempre più inquieta e discontinua, fino a suggerire le forme attraverso macchie e striature di colore (Tarquinio e Lucrezia, 1570 ca., Gemäldegalerie, Vienna). |
Da Tiziano trassero spunto altri artisti veneziani, tra cui Paolo Veronese, che privilegiò composizioni luminose e decorative, e il Tintoretto, che seppe unire il cromatismo di Tiziano ad alcune innovazioni tecniche di Michelangelo. Nelle sue tele dinamiche, che mirano a un forte impatto emotivo, gli insoliti effetti spaziali, le tinte inquietanti e le luci vibranti rappresentano tipici tratti manieristi. Tracce del manierismo sono ravvisabili anche nelle opere di altri artisti, tra cui Andrea Schiavone e l’eccentrico Lorenzo Lotto. In generale, tuttavia, i veneziani rimasero immuni dagli eccessi del manierismo, incentrato sul disegno e sulla linea, concentrandosi piuttosto nella resa della luce e del colore. Un atteggiamento simile contraddistinse anche gli scultori e gli architetti che operarono nei domini della Serenissima. |
Jacopo Sansovino, fiorentino trasferitosi nella città lagunare nel 1527, ideò le enormi statue di Marte e Nettuno per la Scala dei Giganti del Palazzo Ducale, sculture in cui si riconoscono la lezione michelangiolesca e quella dell’arte antica. |
Gli edifici da lui progettati, tra i quali famosissima è la Biblioteca Marciana (cominciata attorno al 1536), sono caratterizzati da una chiara regolarità classica, nonostante la ricchezza delle decorazioni. Il veneto Andrea Palladio si dedicò allo studio dell’architettura classica e, sull’esempio dell’architetto bolognese Sebastiano Serlio, scrisse importanti trattati sulle forme, le proporzioni e le tecniche costruttive classiche. I suoi progetti, tra cui il Teatro Olimpico a Vicenza (terminato da Vincenzo Scamozzi) e le numerose ville sorte nell’entroterra veneziano, risentirono tuttavia dell’orientamento manierista, in particolare nell’uso di colonnati volti a creare un effetto spettacolare. Il maggiore architetto manierista attivo nel Veneto fu Michele Sanmicheli: i suoi palazzi veronesi e veneziani presentano spesso ricchissime decorazioni e superfici mosse e articolate, sulle quali si creano forti contrasti di luce e ombra. "Italia," Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009 |
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