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Economia dell'Italia : caratteristiche dell’attività agricola
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Il settore agricolo rappresenta ormai una componente modesta nell’economia italiana, sia come percentuale del PIL, il 2,1% (2006) del totale nazionale, sia come numero di addetti, pari al 4% della forza lavoro; nel 1951, con produzioni complessivamente molto inferiori, ne occupava il 42%. Tuttavia, se si esaminano i dati regione per regione, si passa dal 2,5% di attivi nell’agricoltura in Lombardia al 4% del Lazio al 19% di addetti in Molise, Puglia e Basilicata.

Più che qualsiasi altro settore produttivo, quello agricolo risente in modo più pesante della mancanza storica di una politica di sviluppo, di adeguati capitali, di una razionale programmazione. Gli interventi pubblici, che pure negli ultimi decenni non sono mancati, sono stati contrassegnati perlopiù da manovre abbastanza occasionali di tipo assistenzialistico, piuttosto che da globali e organiche politiche economiche di miglioramento strutturale. Oggi, inoltre, le politiche dell’Unione Europea impongono molti vincoli che, in moltissimi casi, penalizzano l’agricoltura con limitazioni produttive riguardanti certi settori, pur offrendo assistenza e aiuti ad altri.

 

Si deve anche aggiungere che le aziende agricole italiane sono in maggioranza di dimensioni troppo limitate (anche in seguito agli eccessivi frazionamenti dei latifondi) per essere utilizzabili al meglio: il 90% non supera i 10 ettari di superficie.

È in atto tuttavia una certa crescita delle superfici dei fondi agricoli, che tendono ad accorparsi; le aziende vanno quindi diminuendo di numero, ma sono pur sempre sui 3 milioni, registrando un processo di razionalizzazione della superficie agraria ancora molto debole, soprattutto nel Sud. Negli ultimi trent’anni il numero delle aziende è diminuito del 10% in media nel Nord (con un massimo di circa il 20% nel Piemonte), ma nemmeno del 5% nel Meridione.

Inoltre, a differenza di altri paesi europei e degli Stati Uniti, è ancora scarsa l’integrazione delle attività agricole sia con le industrie di trasformazione sia con le reti di vendita; in altre parole, l’agricoltura è troppo spesso di immediato consumo o di limitati scambi locali, invece che entrare nei grandi e più redditizi circuiti commerciali. Le più significative eccezioni si registrano soprattutto in Lombardia, nell’Emilia-Romagna e nel Veneto.

Quanto alle forme di gestione, prevale in modo schiacciante, con oltre il 95%, la conduzione diretta da parte di piccoli o medi proprietari.

Come si è detto, la mezzadria venne abolita per legge nel 1964 (dal 1971 i mezzadri ancora in attività sono soggetti a normali contratti d’affitto dei fondi); anche la percentuale dei salariati è in forte regresso. In Campania e in altre zone del Sud opera però un bracciantato stagionale, soprattutto all’epoca della raccolta dei pomodori, che è ormai quasi esclusivamente costituito da immigrati, perlopiù africani. La formazione di grandi aziende, con forte impiego di capitali e tecnici agrari, altamente meccanizzata, con coltivazioni ben razionalizzate e quindi fortemente produttive, è molto lenta. Nel suo complesso l’agricoltura italiana, pur ricca in certi settori, non è in grado di soddisfare le richieste interne. In consistente misura le importazioni italiane riguardano infatti generi alimentari, soprattutto carni, prodotti lattiero-caseari (burro, formaggi) e cereali.

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