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La Cina di Mao Zedong : la “grande rivoluzione culturale proletaria”
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Le divergenze tra Mao e il partito dei moderati pragmatisti si intensificarono. Nel 1959, sostituito dal moderato Liu Shaoqi nella carica di capo dello stato, Mao conservò quella di presidente del partito. Il suo carisma ebbe però a soffrire del fallimento totale del Grande balzo in avanti da lui ideato e fortemente voluto. La divergenza si trasformò in aperto contrasto nel 1966 quando Mao, sua moglie Jang Qing e altri suoi stretti collaboratori lanciarono lo slogan della “grande rivoluzione culturale proletaria“ intesa a recuperare lo zelo rivoluzionario del primo comunismo cinese, per contrapporlo all’imborghesimento dei quadri di governo e dell’apparato burocratico del partito.

 

Al centro dell’offensiva maoista vi furono le cosiddette Guardie Rosse che, alla testa di giovani lavoratori, contadini, soldati, invasero le strade, chiusero le scuole e gli uffici, criticando ogni forma di autorità istituita.

La rivoluzione culturale colpì prima gli intellettuali, i burocrati, i funzionari di partito, per estendersi in seguito al mondo del lavoro. Centinaia di migliaia di persone vennero fatte oggetto di umiliazioni e violenze pubbliche e spesso costrette a lavori fisici abbrutenti. La struttura del partito fu annientata, e molti suoi alti funzionari (tra i quali il capo dello stato Liu Shaoqi e il segretario generale del partito Deng Xiaoping) vennero rimossi dai loro incarichi ed espulsi.

Nel biennio 1967-68 le lotte sanguinose tra maoisti e antimaoisti provocarono migliaia di vittime. Per porre fine al violento conflitto, l’esercito assunse poteri politici straordinari e disarmò le Guardie Rosse, disperdendole in aree remote per la “rieducazione”.

Nel contempo si era intensificato lo scontro ideologico tra Cina e URSS, raggiungendo il culmine con le accuse di imperialismo mosse ai leader sovietici dopo l’invasione della Cecoslovacchia. Nel 1969, lungo il confine sul fiume Ussuri, in Manciuria, tra le truppe cinesi e quelle sovietiche si ebbero ripetuti scontri a fuoco, che aggravarono le tensioni tra i due paesi.
Gli ultimi anni di Mao
Alla luce di questi eventi il IX Congresso del Partito comunista, tenuto nell’aprile del 1969, cercò di riportare ordine nella situazione interna, componendo la lotta di potere in corso da tempo ai vertici dello stato. Mao fu rieletto presidente del partito e il ministro della Difesa, Lin Piao (scelto personalmente da Mao), venne indicato quale suo successore. Alcuni posti-chiave, tuttavia, vennero affidati a esponenti moderati, fautori di politiche pragmatiche, come il primo ministro Zhou Enlai (unico vero antagonista di Mao per carisma personale e potere). Un episodio clamoroso di queste poco decifrabili lotte intestine si ebbe nel 1971, quando Lin Piao morì vittima di un misterioso incidente aereo mentre, apparentemente, tentava la fuga dal paese. La preminenza politica di Zhou Enlai apparve sempre più evidente; nel 1973 questi affidò la carica di vice primo ministro a Deng Xiaoping, vittima ormai riabilitata della rivoluzione culturale. Mao lanciò un nuovo appello diretto alle masse (1973-74) a difesa delle acquisizioni egualitarie della rivoluzione comunista e contro il “burocraticismo di partito”. Il radicalismo di Mao ebbe ancora modo di esprimersi nella nuova Costituzione adottata dal IV Congresso nazionale del popolo, nel gennaio del 1975.
Guardie Rosse
Guardie Rosse. Encarta
Nonostante la grave situazione interna, le relazioni internazionali della Cina migliorarono sensibilmente. Nel 1971 venne ammessa alle Nazioni Unite (ONU), subentrando alla Repubblica Cinese (Taiwan) e ottenendo un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza. Nel 1972 il presidente americano Richard Nixon si recò in visita ufficiale a Pechino, aprendo così la strada a normali relazioni diplomatiche tra le due potenze (1973); quelle con il Giappone furono riprese nello stesso 1972. "Cina," Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009
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