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La letteratura italiana fra le due guerre
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La letteratura del primo dopoguerra si aprì con un ritorno all’ordine, agli equilibri formali e al valore della tradizione in senso classicistico. Massima promotrice di questa tendenza fu la la rivista romana “La Ronda” (1919-1922). Due le figure di maggior spicco che gravitavano attorno a questa esperienza letteraria: il poeta e narratore Vincenzo Cardarelli e il critico Emilio Cecchi. Anche Massimo Bontempelli si fece promotore di una sorta di neoclassicismo “metafisico” per rinnovare la cultura. In contrasto con l’autarchia culturale del fascismo, una decisa apertura europea si deve alla già ricordata rivista fiorentina “Solaria”. Qui si creava quel mito dell’America divenuto fondamentale a partire dagli anni Trenta.

Echi del surrealismo francese degli anni Venti si trovano nella scrittura di Alberto Savinio. Un surrealismo romantico è quello di Tommaso Landolfi, scrittore originale e appartato, che elaborò nella sua narrativa una sorta di poetica della paura di fronte a un mondo pervaso di inquietante mistero.

 

Legami col surrealismo rivelano anche i racconti di Antonio Delfini, con continue trasposizioni tra vita e opera. La normalità dell’assurdo e il tema dell’attesa di un non-avvenimento connotano l’opera di forte impatto comunicativo di Dino Buzzati. C’è poi la scrittura umoristica ed esilarante di Achille Campanile, che sciorina un giocoso campionario della stupidità dell’esistere.

Quanto alla cultura fascista, essa disse ben poco, tra conservatorismo borghese e accensioni di populismo antiborghese. Aperture nuove vennero negli anni Trenta da giovani scrittori (Romano Bilenchi e il primo Elio Vittorini) che rappresentavano il cosiddetto fascismo “di sinistra”, l’ala critica del movimento nella quale si raccolsero molti intellettuali destinati in seguito a mutare radicalmente le proprie posizioni politiche.

In questa età assunse grande rilievo la lirica, presentata perlopiù come esperienza assoluta di un io lirico che vaga solitario, in una sorta di odissea individuale, negli spazi della civiltà moderna. C’è la voce dell’eterno farsi del mondo di Arturo Onofri e quella di Piero Jahier, che interpreta la tensione morale della “Voce”; c’è il furore, tra simbolismo ed espressionismo, dei Canti orfici (1914) di Dino Campana, in cui il tema del viaggio indica la poesia come assoluto altrove;

c’è il tormento del linguaggio come oggettivazione della tensione morale di Clemente Rebora; c’è il mondo spaesato e frantumato di Camillo Sbarbaro; e c’è la nuda cronaca esistenziale elevata a canto nel grande Canzoniere di Umberto Saba: la poesia diventa qui ricerca delle ragioni più autentiche dell’esistenza e forma stessa del desiderio di vita e di dolcezza.

C’è, soprattutto, l’opera di Giuseppe Ungaretti: massimo esponente della linea simbolista, sviluppò, soprattutto nella prima fase, una poetica dell’analogia e cercò di creare le condizioni dell’assoluto nella parola isolata. Inoltre dissolse e ricostruì la metrica classica entro una tradizione lirica tesa al sublime e lontana da ogni realismo. Tra ermetismo prima e neorealismo poi si muovono le liriche di Salvatore Quasimodo (premio Nobel nel 1959) e, in forma diversa, quelle di Alfonso Gatto.

Fiorì anche la poesia dialettale con il romano Trilussa (pseudonimo di Carlo Alberto Salustri), il triestino Virgilio Giotti, il gradese Biagio Marin, che elevò un purissimo canto tra il quotidiano e il magico, e il milanese Delio Tessa, continuatore

Umberto Saba
Umberto Saba. Encarta
della grande lezione di Porta tra realismo e deformazione. Eugenio Montale (premio Nobel nel 1976), il più grande poeta del XX secolo, a partire dalla poetica del negativo che interpreta le inquietudini del Novecento sviluppò una poesia “metafisica” in cui la natura ligure (Ossi di seppia, 1925) è il “correlativo oggettivo” (vedi Thomas Stearns Eliot) della desolata condizione esistenziale e in cui la donna è mediatrice tra esistere ed essere e poi depositaria (Le occasioni, 1939) di una possibile salvezza di fronte a una realtà storica sempre più apocalittica (La bufera e altro, 1956). Seguì la svolta, espressiva e tematica, di Satura (1971) e delle raccolte successive, che ripropongono la negatività del mondo della società dei consumi in cui la parola si svuota e il linguaggio evade in toni epigrammatici e sarcastici.
Il disordine, il “pasticciaccio” del mondo viene rappresentato anche da uno degli scrittori più grandi del Novecento, il milanese Carlo Emilio Gadda, che, in una prosa ardua e manipolata con elementi linguistici dialettali e dotti, e in uno scatenamento linguistico acido e furioso insieme, tenta di dominare il disordine con una lancinante angoscia dell’esistenza. "Letteratura italiana," Microsoft® Encarta
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