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Letteratura italiana : il seicento
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In letteratura il Seicento è sinonimo di barocco, le cui date estreme – e simboliche – coincidono infatti quasi esattamente con i limiti del secolo: il 1595, anno della morte di Tasso, e il 1690, anno della fondazione dell’Accademia dell’Arcadia, col suo programma radicalmente antibarocco. Questa età godette per almeno due secoli di pessima fama proprio per la rottura, peraltro più apparente che reale, con il gusto e il sistema normativo del classicismo del Cinquecento, rottura deplorata dal neoclassico Settecento; quanto all’Ottocento, le ragioni erano piuttosto di ordine storico-politico. Solo il Novecento ha stentatamente assunto un atteggiamento di rispetto e, in tempi più recenti, anche di valorizzazione. Pensare al Seicento come a un secolo di rottura anticlassica significa guardare solo agli aspetti più vistosi della diversità e trascurare, ad esempio, la forte continuità esistente tra l’età del manierismo e il barocco. Semplificando si può dire che il barocco compì il percorso ed estremizzò le scelte e gli inquieti suggerimenti del tardo Cinquecento. Il Seicento aggiunse da parte sua, tra l’altro, un senso fortissimo della contemporaneità e della modernità, accompagnato da un rifiuto ostentato dei “padri”, ovvero dei modelli passati, come attesta la polemica tra gli antichi e i moderni.

 

Le ragioni del nuovo si reggevano anche sui cambiamenti intervenuti nello spazio fisico e mentale. Con le scoperte scientifiche, connesse al nascere della scienza moderna, e col nuovo pensiero filosofico (Giordano Bruno e Tommaso Campanella) si andava delineando la nozione di infinito, con conseguente difficoltà a misurare e immaginare la natura con i vecchi sistemi e con la possibilità di espandere, oltre il solito spazio finito, i dati del reale. Le caute metafore del gusto classicista corrispondono ai certi e misurati confini della natura; le metafore ardite ed esibizionistiche del gusto barocco, capaci di collegare punti immaginativi tra loro lontanissimi, corrispondono alla nuova idea di natura e a una spiritualità ardita ma inquieta, che cerca il consenso non nella regola bensì nel giudizio del pubblico e che trova sicurezza nel sentirsi riconosciuta e accettata.

Il gusto barocco assunse evidenza e sicurezza nel giro della generazione successiva alla morte di Tasso, periodo che fu peraltro il più creativo e il più disinibito di tutto il Seicento: mentre il manierismo aveva ricercato giustificazioni teoriche agli scarti dettati da una sensibilità diversa, gli scrittori del barocco offrivano giustificazioni decise ma sbrigative, centrate sull’idea che la poesia debba procurare piacere attraverso la meraviglia. E tale obiettivo fu raggiunto ricorrendo agli effetti sensuali del linguaggio, alla combinazione inedita di elementi del reale attraverso una traslazione spregiudicata di immagini (metafore) e l’individuazione di “concetti”, cioè immagini mentali acute e stimolanti che mostrano le cose sotto angolazioni inedite. Si tratta di un gioco letterario in cui si combinano immaginazione e intelligenza, e in cui si ricorre a tutte le risorse della retorica fino a dispiegare una sorta di ingegneria linguistica, artificiosa ma suggestiva.

Il rischio è che non solo la tensione civile e quella etica si spengano, ma che anche la funzione conoscitiva si dissolva. Eppure la dignità di quell’operazione sta proprio nell’intuire che non c’è nulla da conoscere, che il vero e il falso sono contigui e scambievoli e che la parola è più vera della realtà, all’interno di un non-senso generale che equivale al senso – tanto diffuso e ossessivo – della morte.

Il Seicento non fu un secolo omogeneo né dal punto di vista del suo divenire storico attraverso i decenni, né dal punto di vista geografico. Il secolo della letteratura barocca si può dividere in tre fasi corrispondenti ciascuna grosso modo a un trentennio: la prima fase, coincidente con l’età di Giambattista Marino (1569-1625), fu la più innovativa e anticonformista; nella seconda si consolidarono i modi del barocco; nella terza il barocco si fece convenzione e cominciò a mostrare i segni della crisi.

Anche sul piano della geografia della letteratura, alcune regioni o aree culturali mostravano maggiore resistenza al gusto barocco (Toscana e Veneto), perché lì era più solida la tradizione rinascimentale; altre aree, nuove e in alcuni casi periferiche (come il Friuli), si aprirono alla sensibilità e alla ricerca del barocco. Del resto nel Seicento anche l’organizzazione culturale si modificò: i centri culturali non coincidevano più con le corti signorili degli stati regionali ma, all’interno del processo di rifeudalizzazione dell’economia italiana, anche la cultura si disseminò, e in qualche modo si allargò, in centri minori sparsi ovunque.

Maggiori elementi di continuità con la tradizione rinascimentale si trovano in intellettuali in cui la tensione conoscitiva è più marcata e la dimensione letteraria è meno esclusiva, come nei filosofi Giordano Bruno e Tommaso Campanella, e nel grande scienziato Galileo Galilei.

Bruno, Giordano
Bruno, Giordano
Campanella è autore, oltre che del disegno utopistico di uno stato comunistico e teocratico, La città del sole (1602), anche di Poesie filosofiche che si segnalano per una drammatica tensione morale. Quanto a Galileo, che tanto contribuì col suo pensiero scientifico a configurare la nuova sensibilità secentesca e, col cannocchiale, all’allargamento della realtà naturale e immaginativa, rimase fedele (e trasmise questo atteggiamento alla propria scuola) al senso della misura rinascimentale, anche per l’abitudine al rigore scientifico. E non è un caso che nella diffusa disputa sulla preminenza dell’Orlando furioso o della Gerusalemme liberata, egli abbia preferito il primo dei due grandi testi. "Letteratura italiana," Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009
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